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Perché il Vorarlberg? Un viaggio tra materia, spazio e comunità

Perché il Vorarlberg? Un viaggio tra materia, spazio e comunità

Il nostro viaggio è iniziato con una domanda semplice ma tutt’altro che banale:

Perché scegliere il Vorarlberg come meta di un viaggio di architettura?
Una domanda che ha trovato risposta lentamente, tappa dopo tappa, attraverso materiali, luoghi e incontri.

 

Disegno di Martina Esposito

Riutilizzo in quanto materia – Officina Erden 


La prima tappa ci accoglie nel silenzio dello studio ERDEN. Qui, la materia non è oggetto, ma soggetto. La terra cruda è la protagonista, materiale arcaico, primitivo e al tempo stesso straordinariamente contemporaneo, diventa linguaggio architettonico, forma abitabile e gesto ecologico.

ERDEN non è solo un’azienda, è una risposta. Frutto di 35 anni di ricerca di Martin Rauch, ogni muro racconta il territorio, regola il microclima e riduce l’impatto ambientale. 

Passeggiare tra le loro pareti significa percepire la terra come organismo, sentire come trattiene calore, assorbe umidità, riduce l’eco. Nessun cemento, nessuna chimica: solo terra, acqua, pazienza.

Lo studio si muove tra artigianato e innovazione industriale, tra sperimentazione e memoria. È un luogo che non esibisce, ma che suggerisce che costruire diversamente è possibile, urgente.

 

Riutilizzo in quanto spazio – B22

Immagine di Alberto Bassi, Padiglione B

Se in ERDEN la materia viene riattivata, in 2226 è lo spazio a diventare rinnovabile e pensato per evolvere nel tempo. Baumschlager Eberle affronta la sostenibilità attraverso una progettazione essenziale, radicata nella forma e nel comportamento ambientale dell’edificio.

Il nome 2226 richiama l’intervallo termico, tra 22 e 26 gradi Celsius,  garantito tutto l’anno senza impianti di riscaldamento o climatizzazione. Il comfort deriva da una combinazione calibrata di massa muraria, ventilazione naturale e controllo passivo, regolato da un numero minimo di sensori. Un’idea di spazio che non si consuma, ma si rinnova.

Gli spazi interni, privi di vincoli strutturali, permettono una riconfigurazione continua: uffici, mostre, caffetterie o palestre convivono nella stessa architettura.

Anche qui, il riuso non è estetica, ma strategia. È una qualità progettuale che anticipa il cambiamento, senza doverlo inseguire.

Il percorso si è trasformato in una riflessione collettiva: quanto è importante progettare spazi flessibili, reversibili, che resistano al tempo e ai cambiamenti d’uso? Quanto può una comunità influenzare le scelte architettoniche e urbane?

 

Una cultura dell’innovazione che parte dalla comunità

Vorarlberg ci ha mostrato che l’innovazione non è questione di scala, ma di visione. Qui, tra paesi silenziosi e vallate dove il tempo sembra sospeso, l’architettura è diventata strumento di identità collettiva, innovazione e sostenibilità.
Al Vorarlberger Architektur Institut, Clemente Quirin ha mostrato come l’innovazione in Vorarlberg sia radicata in una lunga storia. Negli anni ’60 un gruppo di architetti ruppe con la tradizione e avviò un dialogo tra progetto, artigianato e comunità.

Questo atto di rottura non fu solo polemico, ma catalizzò un’identità architettonica condivisa: la comunità iniziò a sentirsi parte attiva di una cultura del costruire, sviluppando un interesse concreto e duraturo nel dialogo tra architettura e artigianato. 

Una voce esterna: Peter Zumthor

In questo contesto si inserisce il lavoro di Peter Zumthor. A Bregenz, la Kunsthaus riflette il suo linguaggio: volumi puri, luce naturale, materiali che danno densità allo spazio.

Anche negli altri suoi progetti la dimensione sensoriale domina: il tempo sembra dilatarsi, gli spazi sono pensati per essere vissuti in silenzio, senza eccessi. Un’architettura misurata, che accompagna.

Architetture che appartengono al paesaggio: Marte.Marte

Anche Marte.Marte si distacca dai codici formali locali per proporre una grammatica essenziale. Geometrie compatte, materiali grezzi e rigore compositivo diventano la cifra di un’architettura civica.

Dai ponti ai centri scolastici, ogni progetto è pensato per durare e dialogare con il paesaggio. Il cemento si fa linguaggio, la funzione si fonde con il contesto, e il risultato è sempre misurato ma potente.

Perché dunque scegliere il Vorarlberg come meta di un viaggio di architettura?

C’è chi lo ha scelto per curiosità, chi per passione, chi perché non sapeva cosa aspettarsi. Ma è proprio in questa apertura che il viaggio ha trovato il suo significato: nell’osservare un territorio che sorprende, nel cogliere le relazioni tra innovazione e tradizione, tra comunità e progetto.

Il Vorarlberg insegna a guardare l’architettura non come oggetto isolato, ma come processo. Un processo fatto di tempo, di relazioni, di materia, di ascolto. Alla fine del viaggio, la risposta è arrivata da sé: questo territorio ha aperto gli occhi, ha ispirato, ha lasciato un segno.

Ed è forse questo, in fondo, il vero obiettivo di ogni viaggio.
Alla prossima, viaggiatori.