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In Norvegia: quando l’Architettura si fa Paesaggio

In Norvegia: quando l’Architettura si fa Paesaggio

A cura dell’Arch. Annabianca Compostella

Il viaggio studio “Oslo e i Fiordi” si è da poco concluso: abbiamo attraversato la Norvegia con un obiettivo preciso, comprendere come l’architettura contemporanea possa integrarsi con una delle nature più suggestive e imponenti del pianeta.
Lo abbiamo imparato già in altri viaggi, ma in Norvegia la sensazione è ancora più esplicita: l’architettura scandinava non cerca il contrasto o la prevaricazione sul territorio, al contrario, agisce come un sismografo, capace di registrare le forme della roccia, i riflessi dell’acqua e la qualità della luce nordica, trasformando l’opera dell’uomo nel prolungamento naturale del paesaggio circostante.

La Luce del Nord: il materiale immateriale del progetto
“Quando disegno una struttura nello spazio, è la luce del nord che la rifinisce. Non c’è un’ombra vera in quella luce. È una luce che non ti abbandona mai, che crea un dialogo costante con la terra e con le cose.” (Sverre Fehn)
Non si può comprendere l’architettura norvegese senza analizzare il suo rapporto con la luce. A queste latitudini, la luce non è semplicemente un fattore di illuminazione, ma un vero e proprio materiale da costruzione immateriale. Un elemento fluido che l’architetto deve plasmare, sottrarre, riflettere o assecondare, a seconda che si trovi a gestire l’esuberanza accecante dell’estate o la rigorosa penombra dell’inverno.
Durante le nostre tappe, abbiamo vissuto l’esperienza delle lunghe giornate estive, dove il sole non abbandona mai la terra e il confine tra il giorno e la notte si dissolve in un lungo crepuscolo. La luce estiva, vivida e dorata, allunga le ombre al tramonto e satura i colori del paesaggio. L’architettura deve garantire il riposo e l’intimità ed esercita il controllo dei flussi luminosi attraverso aggetti, orientamenti strategici dei corpi di fabbrica e sistemi di schermatura interna flessibili.
Nella lunga stagione d’ombra invernale, quando il sole rasenta l’orizzonte senza mai staccarsene davvero, l’architettura si trasforma in una trappola solare. Le ampie superfici vetrate non nascono per una pura ricerca estetica di trasparenza, ma per necessità vitale: captano i raggi radenti e li spingono fino al cuore degli spazi abitativi.
E quando il sole tramonta, le case e gli edifici pubblici si convertono in lanterne urbane. Le stesse grandi finestre che di giorno imploravano la luce, di notte irradiano verso l’esterno il calore degli spazi domestici.

Le National Scenic Routes: l’infrastruttura come punto di vista
Il viaggio si è articolato lungo le National Scenic Routes di Ryfylke, Hardanger e Aurlandsfjellet. In questi territori, i belvedere e le aree di sosta non sono semplici elementi funzionali, ma veri e propri dispositivi ottici progettati per orientare lo sguardo e amplificare l’esperienza del vuoto. Da Høllesli a Ostasteidn, punti panoramici dove il cemento e l’acciaio si modellano sulle curve della roccia, offrendo affacci geometrici che incorniciano il profilo dei fiordi. Da Svandalsfossen, la vertiginosa scala in acciaio corten che segue l’andamento della cascata a Stegastein, la passerella in legno lamellare e acciaio che sporge nel vuoto sospesa a 650 metri sopra il Sognefjord.

La poesia materica di Peter Zumthor ad Almannajuvet
Nel cuore della Scenic Route Hardanger, la visita guidata al Museo delle miniere di zinco di Almannajuvet ha rappresentato un momento di riflessione sulla materia e sulla memoria del luogo. Il progetto di Peter Zumthor si confronta con le preesistenze storiche della miniera ottocentesca attraverso volumi scuri e severi, protetti da coperture in lamiera zincata e sorretti da palificate in legno che si incastrano direttamente nel ripido canyon roccioso. L’architettura qui non tocca il suolo in modo definitivo, ma fluttua sopra la storia, stabilendo un dialogo intimo con la pietra umida, il bosco e il corso d’acqua sottostante. La scelta di materiali cromaticamente affini alla roccia rende i padiglioni quasi invisibili da lontano, mimetizzati nella gola.

Il superamento dei confini: The Twist al Kistefos Museum di B.I.G.
Lungo la rotta verso la capitale, il gruppo ha incontrato The Twist, l’incredibile struttura progettata dal Bjarke Ingels Group all’interno del Kistefos Sculpture Park.
The Twist supera le categorie tipologiche tradizionali: non è solo un museo, non è solo un ponte, ma una scultura tridimensionale che ruota su se stessa di 90 gradi per superare le sponde del fiume Randselva. La sua facciata in pannelli di alluminio riflette la luce mutevole del bosco circostante, mentre l’interno trasforma l’atto di attraversare l’acqua in un’esperienza spaziale fluida. L’architettura si fa ponte, l’infrastruttura si fa arte, e l’edificio si adatta geometricamente alla topografia del parco.

Oslo: il Waterfront urbano e la restituzione dello spazio pubblico
La transizione dal paesaggio naturale a quello urbano, nella capitale Oslo, non ha interrotto il dialogo con l’ambiente, ma l’ha declinato in chiave sociale e collettiva.
La capitale norvegese ha avuto il coraggio di cambiare molto negli ultimi anni, delineando un modello di città del futuro: i principi di sostenibilità si sono tradotti in paesaggi costruiti, in luoghi pubblici e in una vita urbana in profonda sintonia con l’ambiente. Visitando la città, ci ha stupito l’assenza di auto: il traffico cittadino è stato quasi integralmente deviato in strutture interrate, mentre gli spazi in superficie sono riservati a pedoni e ciclisti oltre che alla diffusa presenza di vegetazione. I traghetti sui fiordi sono a emissioni zero e l’intero sistema di trasporto pubblico – tram, bus, metropolitana – si muove verso l’elettrificazione totale.
Alla scala edilizia Oslo negli ultimi anni ha visto nascere numerose architetture, a firma di progettisti locali e non, tutte contraddistinte da una profonda sperimentazione nei materiali e nelle tecnologie, ma anche rispetto del loro valore sociale.

L’Opera House di Snøhetta
L’edificio emerge dall’acqua del fiordo come una monumentale zolla di marmo bianco di Carrara e granito. La sua importanza non risiede solo nella sala teatrale interna, ma nel suo tetto inclinato e completamente percorribile a piedi. Snøhetta ha restituito ai cittadini il fronte mare, trasformando la copertura del teatro in una nuova piazza pubblica, dove incontrarsi, camminare e osservare la linea dell’orizzonte.

La biblioteca Deichman di Lundhagem e Atelier Oslo
E’ il manifesto di una città che investe nella cultura come luogo di incontro e di scambio tra le persone. Luminoso, inclusivo e aperto, l’edificio si affaccia sul mare con ampie vetrate e terrazze, offrendo viste panoramiche e angoli di quiete, lettura e studio.

Il Museo Munch di Estudio Herreros
E’ una spettacolare struttura contemporanea situata sul lungomare, proprio accanto alla Opera House. La torre, che si sviluppa su un basamento a tre piani, è alta 60 metri ed è caratterizzata da un’inconfondibile inclinazione di 20 gradi nella sezione superiore dal nono piano in su. Questa piega avveniristica verso il fiordo rappresenta una sorta di “inchino” e di dialogo visivo con la città.

Il Museo Astrup Fearnley di R.P.B.W.
Progettato da Renzo Piano, il complesso museale è diviso in due padiglioni da un canale d’acqua e unificato da una grande copertura a vela in vetro che asseconda le correnti d’aria del porto. Il legno dei rivestimenti esterni, destinato a incanutirsi con la salsedine, dimostra la volontà di assecondare il tempo e gli agenti atmosferici del mare del Nord.

Conclusioni: la lezione del Nord
Il viaggio studio si è concluso confermando che la sostenibilità in architettura non è soltanto una questione di calcoli energetici o di protocolli tecnici, ma risiede nella capacità profonda di ascoltare il luogo. I progettisti incontrati in questo percorso hanno dimostrato che lo spazio costruito acquisisce valore solo quando è capace di valorizzare ciò che già esiste: la luce, l’acqua, la pietra e il silenzio.

Crediti fotografici di: Annabianca Compostella e Enrico Menzolini