Vai al contenuto

La materia dell’India: un viaggio tra luce e architettura

A cura dell’Arch.tta Alessandra Rampazzo

Si crede di partire per una vacanza, ma è un viaggio.

L’India è prima di tutto materia. Non soltanto nei luoghi o nelle architetture, ma nella sostanza fisica con cui lo spazio abitato dall’uomo prende forma. La materia qui appare viva, tattile, continuamente trasformata dal tempo e dalla luce. Le superfici assorbono il sole e lo restituiscono in chiaroscuri potenti: ombre nette scavano i volumi, mentre i pieni si stagliano nel cielo e avvolgono il corpo in un’esperienza profondamente sensoriale.

È un viaggio di architettura, ma ciò che davvero resta è qualcosa di più ampio: un’immersione totale in una geografia territoriale e culturale diversa, lontana e forse proprio per questo più affascinante. Quindici giorni sono intensi, quasi difficili: la valigia sempre in mano, continui spostamenti, mezzi di trasporto diversi, città che si susseguono. Ogni luogo accoglie con il proprio carattere, con la propria materia. Sono i materiali, le loro texture, i colori che li attraversano, a diventare la vera spinta che porta da un luogo all’altro.

Proprio nello spostarsi da una città all’altra emerge anche un’altra scoperta: l’abbandono dell’idea di ordine che costruiamo nel nostro quotidiano. Qui tutto sembra scorrere in un caos apparente che, osservato con attenzione, rivela una propria logica profonda. Un flusso continuo e omogeneo, quasi una coreografia spontanea in cui auto, moto, biciclette, carri e persone condividono lo stesso spazio. Attraversare una strada diventa un’esperienza in sé: non c’è rigidità, ma una sorprendente armonia fatta di adattamenti reciproci, di movimenti intuitivi. Tutto scorre con naturalezza, e proprio questa fluidità rende il paesaggio urbano tanto intrigante quanto vivo.

Il viaggio inizia con l’India classica del triangolo d’oro — Delhi, Agra, Jaipur — passando per Fatehpur Sikri e il forte di Amber. Qui si costruisce una prima grammatica dello sguardo: corti, murature massicce, pietre rosse e sabbie chiare che raccontano una lunga storia di costruzione dello spazio.

È su queste basi che, nella seconda parte del viaggio, si incontrano le opere dei maestri del Novecento: Louis I. Kahn e Le Corbusier, a Chandigarh and Ahmedabad. Diventa allora inevitabile interrogarsi su cosa significhi costruire in una realtà fino ad allora poco esplorata dagli occidentali. Come adattare il proprio linguaggio, come portare avanti una ricerca progettuale a distanza, con mezzi e condizioni diverse.

È ancora una volta la materia a segnare le esperienze. Il cemento in Le Corbusier, nelle sue molteplici declinazioni, ma sempre scabro e reattivo alla luce; il mattone, elemento finito che costruisce le masse scavate dell’Indian Institute of Management di Khan. Due materiali diversissimi per costituzione e per modalità d’uso nella costruzione, ma capaci di restituire lo stesso intento: volumi, volumi scavati attraversati da luce, aria e persone. Architetture che accolgono, selezionano, fanno da diaframma. La luce è opportunità, ma è anche qualcosa da cui difendersi.

Ma forse è proprio in queste difficoltà che si trovano le occasioni più autentiche. Lontano dalle sovrastrutture, l’architettura torna a essere essenziale: materia nello spazio, materia che definisce lo spazio per l’uomo. Un’architettura più diretta, più vera, che trova nella luce, nel peso dei materiali e nella relazione con il clima e il tempo la propria forza espressiva.